| (Alain de Benoist) |
I. La delusione
Quando si parla oggi dell’Europa, i termini che si incontrano più spesso sono impotenza, paralisi, deficit democratico, opacità, architettura istituzionale incomprensibile. L’incapacità dell’Europa di impedire la guerra nell’ex Jugoslavia, che alla fine è sfociata nello spettacolo umiliante dei primi bombardamenti americani su una capitale europea dalla fine della seconda guerra mondiale è stata un’illustrazione esemplare di questa situazione. Per decenni, la costruzione europea era stata presentata come una soluzione; adesso è diventata un problema che nessuno sa più risolvere. Ieri offriva ragioni per sperare; oggi fa paura. Ci se ne aspettava un più, ora se ne teme un meno. Il progetto europeo non si accompagna ad alcuna precisa finalità. Non ha né contorni geografici né forme politiche ben caratterizzate. Manifesta un’incertezza esistenziale tanto strategica quanto identitaria, che i “sovranisti” e gli euroscettici hanno buon gioco nello sfruttare.
Si è
fatto notare da molto tempo che gli abbandoni di sovranità accettati
dalle nazioni non sono minimamente compensati da un rafforzamento della
sovranità europea. Questa assenza di trasferimenti a un attore politico
europeo sovrano è particolarmente preoccupante. Fra le nazioni e
l’Europa, la sovranità sembra svanire. Malgrado i suoi 450 milioni di
abitanti, l’Europa resta una non-potenza, incapace di definire in modo
unitario una politica estera e di difesa che corrisponda ai suoi
interessi. Associando, per dirla con Régis Debray, “una struttura
economica semplice e un deserto simbolico”[i],
assomiglia a quel Belgio che nel 2007 è rimasto privo di governo per
mesi, in attesa di un ipotetico compromesso. L’ex ministro degli Esteri
francese Hubert Védrine lo ha detto senza giri di parole: “L’Europa non
sa più chi è, né cosa vuole”.Quando si parla oggi dell’Europa, i termini che si incontrano più spesso sono impotenza, paralisi, deficit democratico, opacità, architettura istituzionale incomprensibile. L’incapacità dell’Europa di impedire la guerra nell’ex Jugoslavia, che alla fine è sfociata nello spettacolo umiliante dei primi bombardamenti americani su una capitale europea dalla fine della seconda guerra mondiale è stata un’illustrazione esemplare di questa situazione. Per decenni, la costruzione europea era stata presentata come una soluzione; adesso è diventata un problema che nessuno sa più risolvere. Ieri offriva ragioni per sperare; oggi fa paura. Ci se ne aspettava un più, ora se ne teme un meno. Il progetto europeo non si accompagna ad alcuna precisa finalità. Non ha né contorni geografici né forme politiche ben caratterizzate. Manifesta un’incertezza esistenziale tanto strategica quanto identitaria, che i “sovranisti” e gli euroscettici hanno buon gioco nello sfruttare.
La “decostruzione” dell’Europa è cominciata all’inizio degli anni Novanta, con i dibattiti attorno alla ratifica del trattato di Maastricht. Da quell’epoca il futuro dell’Europa è apparso particolarmente problematico e un buon numero di europei convinti hanno iniziato a disincantarsi. Nel momento in cui la globalizzazione suscitava ulteriori timori, la gente si è accorta che “l’Europa” non garantiva un migliore potere d’acquisto, una migliore regolamentazione degli scambi commerciali nel mondo, una diminuzione delle delocalizzazioni, un regresso della criminalità, una stabilizzazione dei mercati dell’impiego o un controllo più efficace dell’immigrazione; e che, anzi, accadeva il contrario. La costruzione europea è parsa per molti versi non un rimedio alla globalizzazione, un baluardo contro una deregolamentazione generalizzata su scala planetaria, bensì come una tappa di quella stessa globalizzazione. Molti vi hanno visto “il vettore di una demolizione di tutti i valori radicati in nome di un mondialismo senza memoria e senza volto” (Jean-Michel Vernochet)[ii]. Le critiche da destra e da sinistra, le paure nazionali e le inquietudini sociali si sono quindi aggiunte le une alle altre e il disincanto ha cominciato a diffondersi negli ambienti più svariati. L’esito finale è stato il “no” al referendum del maggio 2005 sul progetto di Costituzione.
Sin
dall’inizio, la costruzione dell’Europa si è di fatto svolto a
discapito del buonsenso. Sono stati commessi essenzialmente quattro
errori: 1) Essere partiti dall’economia e dal commercio invece di
partire dalla politica e dalla cultura, immaginando che, per un effetto
di rimbalzo, la cittadinanza economica si sarebbe tradotta
meccanicamente in cittadinanza politica. 2) Aver voluto creare l’Europa
partendo dall’alto, invece che dal basso. 3) Aver preferito un
allargamento frettoloso a paesi mal preparati per entrare in Europa ad
un approfondimento delle strutture politiche esistenti. 4) Non aver mai
voluto prendere una posizione chiara ed impegnativa sulle frontiere
dell’Europa e sulle finalità della costruzione europea.
All’indomani
della seconda guerra mondiale, i promotori della costruzione europea
avevano il dichiarato obiettivo di creare le condizioni per una pace
duratura in un’Europa devastata nel corso del XX secolo da due
sanguinose guerre civili. Quell’ambizione coincideva con il crollo di un
ordine del mondo eurocentrico, ma anche con la divisione binaria
dell’Europa tra una zona “libera” assoggettata all’influenza degli Stati
Uniti e un’Europa centrale e orientale dominata dall’Unione sovietica.
Tuttavia, vari progetti concorrenti si contrapponevano fin dagli esordi.
Quello che ha prevalso, sostenuto da Jean Monnet, che poggiava sul
primato dell’economia, si è imposto a discapito del progetto dei
federalisti (Alexandre Marc, Robert Aron, Denis de Rougemont) e del
progetto neocarolingio di un Otto di Asburgo.
Aperto
il 7 maggio 1948 sotto la presidenza di Winston Churchill, il celebre
Congresso dell’Aia riunì quasi 800 personalità venute da 17 paesi. Denis
de Rougemont ne fu contemporaneamente il relatore della commissione
culturale e il redattore della Dichiarazione finale, il famoso Messaggio agli europei,
che getta in particolare le basi di quello che diventerà il Consiglio
d’Europa. I lavori portano però ben presto alla ribalta due grandi
correnti contrapposte: da una parte i federalisti, sostenitori di una
rapida costruzione dell’Europa politica partendo dalla base e nel
rispetto della diversità dei popoli, e dall’altra i “funzionalisti” o
“unionisti”, secondo i quali la priorità va data a un’Europa
economicamente integrata, che parteggiano per un semplice avvicinamento
dei governi e dei parlamenti in un’ottica meramente amministrativa.
Saranno i secondi a prevalere. È peraltro in occasione del suddetto
congresso dell’Aia che Churchill crea il Movimento europeo (United
European Movement), di cui diviene presidente onorario al fianco di due
democristiani, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ma anche di due
socialisti, il francese Léon Blum e il belga Paul-Henri Spaak. L’Unione
europea dei federalisti (UEF) è stata creata invece alla fine del 1946 e
sarà animata principalmente dall’ex capo del movimento “Combat”, Henry
Frenay, e dall’italiano Altiero Spinelli.
Ossessionati
dall’economia, i “padri fondatori” delle Comunità europee hanno
volontariamente lasciato ai margini la cultura. Il loro progetto
originario, quando non si ricollegava alla vecchia idea “paneuropea” di
Richard N. Coudenhove-Kalergi[iii], mirava a fondere le nazioni in spazi di azione di nuovo tipo in un’ottica funzionalista[iv].
Per Jean Monnet e i suoi amici, si trattava di giungere ad una
reciproca interpenetazione delle economie nazionali di un livello tale
che l’unione politica sarebbe divenuta necessaria, giacché si sarebbe
rivelata meno costosa della disunione. In altre parole, l’integrazione
economica avrebbe dovuto essere la leva dell’unione politica.
Jean
Monnet, formatosi oltre Atlantico (sin dagli anni Venti il finanziere
Paul Warburg lo aveva preso sotto la propria protezione), già segretario
generale aggiunto della Società delle Nazioni, scriveva a Franklin D.
Roosevelt il 5 agosto 1943: “Non vi sarà pace in Europa se gli Stati si
ricostituiscono sulla base di sovranità nazionali. Essi dovranno formare
una federazione che ne faccia un’unità economica comune”. Monnet sarà
nel 1951 il primo segretario generale della Comunità europea del carbone
e dell’acciaio (CECA), embrione della futura Europa di Buxelles. È noto
altresì che egli animò negli anni Sessanta un Comitato per gli Stati
Uniti d’Europa, nel quale figuravano più di 130 dirigenti di partiti e
sindacati dell’Europa dei Sei[v].
Se
Monnet incarnava l’ispirazione economica dell’Europa, Robert Schuman ne
rappresentava la parte cattolica, se non mistica, assieme al tedesco
Konrad Adenauer e all’italiano Alcide De Gasperi. Inizialmente, la
costruzione dell’Europa ebbe anche basi cattoliche, che non vanno
sottovalutate[vi].
Il progetto di Jean Monnet ottenne d’altronde l’avallo del papa Pio
XII, aprendo la strada, nel corso dei seguenti decenni, a quello che
Jean-Paul Bled ha giustamente chiamato “l’impegno dei partiti
democristiani nell’edificazione di una società funzionale, che ha
accelerato l’avvento dell’era delle neutralizzazioni”[vii]. Dato che l’Europa per loro svolgeva “la funzione di un’ideologia sostitutiva”[viii],
i partiti democristiani svolsero un ruolo essenziale negli esordi della
costruzione europea. “La democrazia cristiana si assume la
responsabilità fondamentale di aver fatto avallare ad una parte
significativa dei cattolici, consapevolmente o meno, l’idea che il
processo di costruzione europea perseguiva l’obiettivo di ristabilire
l’unità spirituale perduta, se non un’‘Europa vaticana’”, scrive
Christophe Réveillard[ix].
È
altrettanto evidente che, sin dalla dichiarazione Schuman del 9 maggio
1950, e poi dopo la firma del trattato di Roma il 25 marzo 1957, “il
primato della relazione mercantile e l’organizzazione di tutti i
rapporti sociali come elementi al servizio di questo primato sono al
centro del progetto europeo”[x].
Non dimentichiamo che il primo nome dell’“Europa” fu “Mercato comune”.
Quell’economicismo iniziale ha, ovviamente, favorito la deriva liberale
delle istituzioni, nonché la lettura essenzialmente economica delle
politiche pubbliche che verrà fatta a Bruxelles. Lungi dal preparare
l’avvento di un’Europa politica, l’ipertrofia dell’economia ha
rapidamente comportato la spoliticizzazione, la cancellazione dei vecchi
sistemi di rappresentanza, la consacrazione del potere degli esperi,
nonché la messa in atto di strategie tecnocratiche che obbediscono non
tanto a logiche economiche quanto a imperativi di razionalità
funzionale. Dirà in seguito François Bayrou: “Un cancro rode l’Europa.
Il cancro europeo è che in essa tutto sembra tecnico e più niente è
politico”[xi].
Questa
scelta di campo a favore dell’economia spiega ovviamente il deficit
democratico, innumerevoli volte rilevato, delle istituzioni europee:
ancora oggi, la Commissione
europea sfugge praticamente a ogni controllo; il Consiglio dei
ministri, prodotto dei governi europei, non deve rendere conto a
nessuno; la scelta del presidente della Banca centrale non deve essere
confermata dal Parlamento e la nomina dei membri della Corte di
giustizia dell’Unione è di competenza esclusiva dei governi. Quanto al
Parlamento europeo, eletto a suffragio universale dal 1979, si è da
lungo tempo trasformato in una babilonia. “Mai l’Unione europea è stata
pensata o animata da politici”, ha notato recentemente Jean-Claude Eslin[xii].
Parallelamente,
questo economicismo ha fatto nascere una concezione della cittadinanza
svuotata della sua sostanza politica. Fondandosi sull’ideologia
transnazionale dei diritti dell’uomo, indipendentemente da ogni
particolare collocazione territoriale, questa cittadinanza non si
definisce più per la capacità di partecipazione politica, ma per il
godimento di diritti-crediti in ambito economico o sociale e per la
costituzione di uno spazio giuridico unificato, mentre il ruolo dello
Stato è ridotto alla sua capacità “provvidenziale” di gestione e
redistribuzione dei beni collettivi. È evidente che, in quest’ultima
concezione della “cittadinanza”, la differenza di situazione, in un dato
paese, fra i possessori della nazionalità e gli stranieri in situazione
regolare diventa impercettibile: essendo stato escluso ogni progetto
politico comune, la sola residenza a titolo di consumatore od utente dà
diritto alla cittadinanza[xiii].
Nel
1992, con il trattato di Maastricht, si è passati dalla Comunità
europea all’Unione europea. Anche questo slittamento semantico è
rivelatore: quel che unisce è meno forte di quel che è comune. Il
passaggio da un termine all’altro, come ha fatto notare René Passet,
“consacrava il primato degli imperativi del libero scambio su quelli del
riavvicinamento dei popoli”[xiv].
Osservando che, “nella breve storia delle democrazie, i popoli
democratici si sono battuti più spesso per difendere la propria patria
che per difendere i valori democratici”, Dominique Schnapper ha, dal suo
canto, sottolineato assai giustamente “il rischio che le società
moderne si sfaldino a causa dell’indebolimento del civismo e della
dimensione politica della vita quando le società sono organizzate
intorno alla produzione delle ricchezze e alla ricerca del benessere
degli individui”, aggiungendo che la costruzione europea, nella stessa
misura in cui associa spoliticizzazione e accresciuta mercantilizzazione
dei rapporti sociali, “comprende il rischio di contribuire
involontariamente a spoliticizzare le società democratiche”, perché “la
politica non consiste soltanto nel produrre e ridistribuire ricchezze;
ha a che vedere anche con i valori e la volontà”[xv].
Jacques
Chirac diceva nel suo celebre appello di Cochin, nel 1978: “Diciamo no a
una Francia vassalla in un impero di mercanti”. Sappiamo quel che ne è
stato. L’Europa odierna è innanzitutto l’Europa dell’economia e della
logica di mercato, giacché a parere di una larga parte delle classi
dirigenti liberali dovrebbe essere solo un vasto supermercato che
obbedisce esclusivamente alla logica del capitale.
Il
secondo errore, lo abbiamo detto prima, è consistito nel voler creare
l’Europa dall’alto, ovvero partendo dalle istituzioni di Bruxelles. Come
auspicavano i sostenitori del “federalismo integrale”, una sana logica
avrebbe viceversa voluto che si partisse dal basso, dal quartiere e dal
vicinato (luogo di apprendimento basilare della cittadinanza), salendo
verso il comune, dal comune o dall’agglomerazione verso la regione (le
province e i dipartimenti non corrispondono ad alcunché), dalla regione
verso la nazione, dalla nazione verso l’Europa. Ciò sarebbe stato
possibile applicando rigorosamente il principio di sussidiarietà. E
invece questo principio, sin dal momento in cui le istanze europee se ne
sono impadronite, è stato “trasformato in principio di efficacia, vale a
dire in un principio giacobino, e quindi trasformato nel suo contrario”[xvi].
La sussidiarietà esige che l’autorità superiore intervenga solamente
nei casi in cui l’autorità inferiore non è in grado di farlo (principio
di competenza sufficiente). Nell’Europa di Bruxelles, in cui una
burocrazia centralizzatrice tende a regolamentare tutto per mezzo delle
sue direttive, l’autorità superiore interviene ogni volta che si reputa
in grado di farlo, con il risultato che la Commissione
decide su tutto perché si ritiene onnicompetente. In queste condizioni,
l’autorità conservata dai gradini inferiori è soltanto un’autorità
delegata.
Le
rituali accuse dei sovranisti all’Europa di Bruxelles, vista come
un’“Europa federale”, non devono quindi indurre in errore: con la sua
tendenza ad attribuirsi d’autorità tutte le competenze, essa viceversa
si costruisce su un modello in larghissima misura giacobino. Lungi
dall’essere “federale”, è anzi giacobina all’estremo, dal momento che
coniuga autoritarismo punitivo, centralismo e opacità.
Il
terzo errore è consistito nell’allargare sconsideratamente l’Europa,
quando sarebbe stato necessario prima di tutto approfondire le strutture
esistenti, pur sviluppando un ampio dibattito politico in tutta Europa
per tentare di costruire un consenso sulle finalità. La Comunità economica europea (CEE) o “Mercato comune” contava già in partenza sei Stati membri: la Germania, la Francia,
l’Italia e i tre paesi del Benelux. L’allargamento progressivo
dell’Europa (all’Inghilterra e alla Danimarca nel 1972-73, alla Grecia,
alla Spagna e al Portogallo fra il 1981 e il 1986, alla Svezia, alla
Finlandia e all’Austria nel 1995, ai paesi dell’Europa centrale, a Cipro
e a Malta nel 2004) si è fatto per ragioni fondamentalmente economiche,
alle quali si è potuto aggiungere il desiderio di taluni paesi
(soprattutto nordici) di uscire dalla marginalità geopolitica. Nessuna
di queste nuove adesioni si è accompagnata a una riforma istituzionali,
giacché i liberali hanno sempre giocato l’allargamento contro
l’approfondimento. Sebbene le poste in gioco fossero notevoli, nessuna
di esse è stata oggetto di una consultazione popolare.
Beninteso:
tutti gli Stati membri dell’attuale Unione europea fanno parte
dell’Europa e, in quanto tali, hanno la vocazione ad integrarsi in una
struttura istituzionale comune. Sarebbe stato d’altronde oppotuno
ricordarlo attraverso una dichiarazione solenne quando il sistema
sovietico è crollato. Questi paesi possono però integrarsi in una
struttura comune solo nella misura in cui questa disponga già di
istituzioni politiche integrate, provviste di regole precise che
condizionino l’ingresso dei nuovi arrivati a una volontà politica a sua
volta chiaramente affermata. Ed è proprio questa volontà a far difetto.
Lo
si è visto in modo particolarmente evidente in occasione
dell’allargamento ai paesi dell’Europa centrale, deciso nel maggio 2004
ed esteso di recente a Romania e Bulgaria. La maggior parte di questi
paesi, che erano stati definitivamente accettati al vertice di
Copenhagen del dicembre 2002 sulla base di criteri fissati fin dal 1993,
di fatto hanno chiesto di aderire all’Unione europea soltanto per
godere della protezione della NATO, come testimonia il sostegno che
hanno apportato all’intervento militare americano in Iraq. Parlavano di
Europa, ma sognavano solo l’America, come è stato dimostrato anche
dall’acquisto da parte della Polonia, meno di quindici giorni dopo il
suo ingresso nell’Unione europea, di aerei americani F16, preferiti ai
Mirage francesi o agli Jas-39 Gripen svedesi[xvii].
Tenuto conto della disparità delle condizioni sociali e dei sistemi
fiscali, a sua volta generatrice di distorsioni della competitività,
quell’allargamento ai paesi dell’Est ha inoltre scatenato un ricatto
basato sulle delocalizzazioni, a detrimento dei salariati.
Senza
alcuna riforma istituzionale, senza un sufficiente impegno finanziario e
senza consultazione o sostegno popolare, ci si è limitati ad offrire a
dieci ex paesi del versante sovietico, convertiti di fresca data
all’economia di mercato, l’ingresso in quello che essi percepivano come
un paese della cuccagna, senza rendersi conto che i loro sentimenti
autenticamente europei erano tanto più ridotti quanto più accentuato era
il loro atlantismo. Ne sono risultati una diluizione e una perdita di
efficacia che hanno rapidamente convinto tutti che un’Europa a
venticinque o a trenta era semplicemente ingestibile, opinione che si è
ulteriormente rafforzata a causa delle inquietudini culturali, religiose
e geopolitiche legate alle prospettive di adesione della Turchia.
La
verità è che, più l’allargamento si estende, più l’approfondimento
diventa difficile. Un editoriale uscito su “Le Monde” il 19 gennaio 2000
parlava d’altronde a questo proposito di “due obiettivi assolutamente
antinomici”. La potenza non è infatti esclusivamente una questione di
taglia. Qui non solo il principio “più si è grandi, più si è forti” non
vale più, ma si rovescia: più l’Unione europea si estende senza
riformarsi, più la sua impotenza si accresce. Il che significa che al di
là di una certa soglia l’Europa cambia natura e non può più funzionare
come prima[xviii]. Come si può, in effetti, stabilire una politica comune in venticinque o in ventisette?
L’ingresso dell’Unione europea di un paese di 72 milioni di abitanti come la Turchia,
che diverrebbe così, per il solo fatto del suo peso demografico, lo
Stato membro più influente in termini di diritto di voto, prospettiva
sostenuta dagli Stati Uniti ma alla quale la maggioranza degli europei è
nettamente contraria, sanzionerebbe definitivamente una fuga in avanti
nell’allargamento ai danni dell’approfondimento, sgretolando per sempre
la speranza di vedere l’Europa trasformarsi in una vera entità politica.
Come ha scritto Jean-Louis Bourlanges, “l’adesione della Turchia
porrebbe fine ad un’esitazione di mezzo secolo fra due concezioni
dell’Unione, ideologica da un lato, geopolitica dall’altro.
Consacrerebbe la vittoria di un’Europa eterea, ridotta all’esaltazione
di valori universali e del diritto, su un’Europa radicata in una terra e
in una storia particolari, la vittoria di un’Europa dell’Onu su
un’Europa carolingia. Jean Monnet, il viaggiatore senza bagagli della
pace universale, il campione planetario della risoluzione dei conflitti,
prevarrebbe definitivamente su Robert Schuman, l’uomo di un luogo e di
un tempo, attaccato con tutte le fibre del proprio essere alla sua
Lorena lacerata, risoluto da cristiano, da lotaringio, da francese e da
tedesco a ritrovare – attraverso la riconciliazione dei popoli dello
spazio renano – il filo perduto di una civiltà comune, la specificità di
un modello sociale costruito dalla storia, il segreto di una
resurrezione solidale dei popoli spezzati e rovinati dalla follia dei
loro rispettivi Stati”[xix].
Quarto errore: il dibattito sulle frontiere, cioè sulla realtà geografica
dell’Europa, è stato costantemente eluso, così come il dibattito
sull’identità europea e sulle finalità delle sue istituzioni, e questa
indeterminatezza ha continuato a caricare il progetto europeo di
un’ambiguità propizia a tutte le scivolate. Il timore di parecchi
eurocrati è evidentemente stato quello di richiudere lo sviluppo
dell’Unione all’interno di frontiere troppo precise. Alcuni di loro, ad
esempio Michel Rocard, o Dominique Strauss-Kahn che perora la causa di
un’Europa “che vada dall’Artico al Sahara”[xx],
non nascondono d’altro canto di vedere nell’Unione europea un insieme
di molteplici civiltà promesso, come il mercato, a un’estensione
indefinita. Compito dell’Unione europea sarebbe in un certo senso
abolire la differenza tra l’Europa e la non-Europa, distruggendo d’un
sol colpo quella che doveva esserne la ragion d’essere e qualunque
possibilità di diventare un attore di primo piano sulla scena
internazionale.
Le
frontiere dell’Europa sono dettate tanto dalla storia quanto dalla
geografia: esse si arrestano ad Ovest alle rive dell’Atlantico, a Nord
alle regioni circumpolari, a Sud al Bosforo, ad Est alle porte della
zona d’influenza russa. A questo contesto territoriale gli europei
devono attenersi se vogliono svolgere un proprio ruolo all’interno di un
mondo multipolare – il che non esclude, beninteso, la firma di accordi
di partenariato privilegiato con i vicini più prossimi. Ma la mancanza
di un dibattito sulle frontiere è essa stessa legata all’assenza di
dibattito sulle finalità. Il fatto che l’Europa scelga di diventare una
grande zona di libero scambio oppure una potenza autonoma implica
infatti, per i due progetti, frontiere diverse (il primo progetto esige
l’adesione della Turchia, ad esempio, mentre il secondo la esclude).
Infine,
il problema capitale della lingua dell’Europa non è mai stato
seriamente sollevato, quando invece si pone in maniera cruciale in un
momento in cui l’Unione europea sta per contare quasi trenta Stati
membri. Come può funzionare l’Europa con venticinque o trenta lingue
ufficiali, mentre le Nazioni Unite ne conoscono solo cinque o sei?
L’Europa deve avere una lingua che le sia propria, ma che nel contempo
coesista con le altre lingue nazionali o regionali già esistenti (il
multilinguismo è il futuro). Se non si decide a farlo, ovviamente sarà
l’inglese a farlo, per difetto. L’apprendimento di una lingua comune
richiederebbe perlomeno una generazione. Ciò fa capire quanto grande sia
il ritardo già accumulato.
L’Europa,
infine, ha continuato a edificarsi senza i popoli. Si potrebbe
addirittura dire che la grande costante dei “facitori di Europa” è stata
la loro incomprimibile diffidenza di fronte a ogni domanda di arbitrato
proveniente dagli elettori, cioè dai popoli. L’Europa aspira a
diventare un’entità politica, ma non è mai stata fondata politicamente[xxi].
La stessa sovranazionalità attualmente esistente non è il risultato di
una deliberazione pubblica o di un processo democratico, ma di una
decisione giudiziaria della Corte europea di giustizia che, in due sue
sentenze fondamentali del 1963 e del 1964, ha
innalzato i trattati fondatori dell’Europa al rango di “carta
costituzionale”, con l’effetto diretto di stabilire il primato del
diritto comunitario rispetto ai diritti nazionali. Il Parlamento
europeo, unica istanza latrice della sovranità popolare, è privato sia
del potere normativo, sia del potere di controllo. Con l’ingresso dei
nuovi Stati membri, produce ormai solo una cacofonia politicamente
inascoltabile. Il primato del diritto è così andato di pari passo con il
primato dell’economia.
Più
recentemente, si è formulato un progetto di Costituzione senza che mai
venisse posto il problema del potere costituente, e quando si è
consultato il popolo per via di referendum, come in Francia nel 2005, lo
si è fatto, visti i risultati, per pentirsene amaramente e giurarsi che
non lo si sarebbe più fatto. Una Costituzione implica un potere
costituente, perché nessun potere pubblico (potestas) può sostituirsi all’autorità (auctoritas)
del popolo o dei suoi rappresentanti. Un’assemblea costituente è
legittima solo se si fonda sulla sovranità popolare. Ma il progetto di
trattato costituzionale, scaturito dalla Convenzione sul futuro
dell’Europa creata nel dicembre del 2001 al Consiglio europeo di Laeken e
presieduta da Valéry Giscard d’Estaing, non solo non lo prevedeva, ma
si è potuto presentarlo come “una negazione radicale di quel potere
costituente che sono il o i popoli europei”[xxii].
Questo
progetto non aveva d’altronde niente di una Costituzione. Una
Costituzione è un documento relativamente semplice, dal volume piuttosto
limitato; il progetto di trattato pesava più di 800 pagine (il che
consentiva di tenerne lontani di curiosi). Una Costituzione si
accontenta di fissare norme e regole, enunciare principi fondamentali e
definire un contesto durevole all’interno del quale funzioneranno le
istituzioni, ma non si ferma o non determina alcuna politica
particolare; si colloca al di sopra del dibattito politico, che si
limita a rendere possibile, perché è al popolo che spetta di decidere in
materia di orientamenti e di scelte politiche. Né determina in maniera
immutabile alleanze militari, che possono cambiare in funzione delle
congiunture o degli eventi. Il trattato, viceversa, scolpiva nel marmo o
fondeva nel bronzo ogni sorta di orientamenti in materia economica e in
materia di difesa, che sperava così di rendere irreversibili
sottraendoli al giudizio e alle scelte dei cittadini.
Il
progetto di trattato costituzionale faceva contemporaneamente del
mercato il valore supremo e l’obiettivo centrale dell’Unione, che si
reputava agisse “conformemente al rispetto del principio di un’economia
di mercato aperta in cui la concorrenza è libera” (art. III-177, 178,
179, 185, 246 e 279), principio che avrebbe dovuto imporsi “ai servizi
pubblici di interesse economico generale” (art. III-166). Trattando
delle relazioni fra l’Unione e il resto del mondo, vi si indicava che
“l’Unione incoraggia l’integrazione di tutti i paesi nell’economia
mondiale” (art. III-292) e contribuisce alla “soppressione progressiva
delle restrizioni agli scambi internazionali” (art. III-314). Veniva
inoltre precisato che “le restrizioni sia ai movimenti di capitali sia
ai pagamenti fra gli Stati membri e fra gli Stati membri e i paesi terzi
sono proibite” (art. III-156), nonché che gli aiuti pubblici “destinati
a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio” sono
accettabili solo quando “non alterano le condizioni degli scambi e della
concorrenza” (art. III-167). Il diritto al lavoro era sostituito dalla
“libertà di cercare un impiego e di lavorare” (art. II-75), e il diritto
lasciava in tal modo il posto a una semplice autorizzazione. Quanto
all’indipendenza della Banca centrale europea, essa ovviamente era
confermata (art. I-30), proibendo perciò ogni politica monetaria.
Essendo la politica di bilancio già proibita dal patto di stabilità e la
politica industriale dalla proibizione di qualunque ostacolo alla
concorrenza, il progetto mirava visibilmente a istituzionalizzare,
fornendo loro una base giuridica inamovibile, i principi economici del
liberalismo, vale a dire i principi del capitalismo dei mercati
liberalizzati: lo smantellamento delle protezioni sociali e il libero
gioco degli apparati dominanti del Capitale[xxiii].
Il progetto faceva pertanto più volte allusione all’“economia sociale
di mercato”, espressione che faceva riferimento alle teorie degli
economisti liberali tedeschi del dopoguerra, nei quali il sociale, lungi
dal rappresentare un correttivo o una regolamentazione esterna al
mercato, è viceversa ritenuto esserne l’effetto. Il mercato, in
quest’ottica, è l’unico operatore del “progresso sociale”[xxiv].
Per
quanto concerne le questioni di difesa, il progetto di trattato
stipulava che, “per mettere in opera una cooperazione più stretta in
materia di difesa reciproca, gli Stati membri partecipanti lavoreranno
in stretta cooperazione con la NATO”
(art. I-41). Meglio ancora: era esplicitamente indicato che “gli
impegni e la cooperazione in questo ambito [la difesa] rimangono
conformi agli impegni sottoscritti in seno alla NATO, che resta per gli
Stati che ne sono membri il fondamento della loro difesa collettiva e
l’istanza della sua messa in opera” (art. I-40). Significava
costituzionalizzare la dipendenza dell’Europa nei confronti di
un’Alleanza atlantica largamente dominata da Washington.
Il
progetto di trattato pretendeva infine di assegnare “lo stesso valore
giuridico dei trattati”, vale a dire piena forza costrittiva, alla Carta
dei diritti fondamentali proclamata il 7 dicembre 2000 al vertice di
Nizza. Orbene: l’adozione di quell’ibrido documento rappresenterebbe una
vera e propria rivoluzione giuridica. La Carta
volta infatti le spalle al modello dello “Stato legale”, nel quale la
legge viene detta sovrana perché è l’espressione della volontà generale
espressa dal popolo, per sostituirlo con quello dello “Stato di diritto”
fondato non sul popolo ma sulla “società civile”, che si caratterizza
per la possibilità di ricorsi giurisdizionali contro la legge. Il suo
preambolo (art. 2) precisava che “l’Unione assicura la libera
circolazione, dei servizi, delle merci e dei capitali” (senza che alcuno
si sia stupito nel vedere la libera circolazione dei capitali
presentata come un “diritto fondamentale”!). Il contenuto del documento
era peraltro in gran parte ricalcato sulla Convenzione europea di
salvaguardia dei diritti dell’uomo, opera del Consiglio d’Europa che, in
quanto tale, è sottoposta alla giurisdizione della Corte europea dei
diritti dell’uomo, rivale in materia della Corte di giustizia delle
comunità europee (CJCE), equivoco quantomeno inadatto a far emergere
un’identità comunitaria caratteristica dell’Unione[xxv].
Nel
maggio-giugno 2005, il rifiuto dei francesi e degli olandesi di
ratificare il progetto di trattato “che stabilisce una Costituzione per
l’Europa” aveva fatto precipitare gli eurocrati nella depressione,
inducendoli a spiegare subito la crisi dell’Europa con il risultato dei
referendum – invece di capire che, viceversa, all’origine di quel
risultato vi era il cattivo funzionamento delle istituzioni europee[xxvi].
È
vero che l’eterogeneità del “no” francese al referendum sull’Europa,
causa principale del suo successo (risultato dell’addizione di motivi di
rifiuto assai diversi), lo rende anche di difficile interpretazione. Il
“no” ha raggruppato tanto sovranisti ostili ad ogni forma di
unificazione politica dell’Europa, che consideravano antinomica a una
sovranità nazionale sacralizzata, quanto eurofili convinti ma non
disposti ad adeguarsi ai principi del liberalismo consacrati dal
trattato, i quali speravano di provocare uno “choc salutare” imponendo
un colpo di freno a una folle fuga in avanti, senza dimenticare chi
temeva il possibile ingresso della Turchia nell’Unione (o, più
generalmente, il suo allargamento sconsiderato), il deteriorarsi della
situazione dell’impiego, l’aggravarsi della situazione economica, ed
infine elettori (forse i più numerosi) desiderosi semplicemente di
esprimere il loro cattivo umore nei confronti del governo esistente o di
sanzionare la classe politica di ogni tendenza. Ma quel che colpisce
ancora adesso è l’ampiezza del fossato rivelato dal voto fra i
sentimenti del popolo, ostile nel 54,6% al trattato, e le posizioni dei
parlamentari, che gli erano favorevoli per il 93%.
Il
fatto è, in ogni caso, che quei voti negativi non sono minimamente
serviti da lezione: nessuno si è accorto che bisognerebbe forse
impegnarsi su un’altra via, più conforme alla volontà popolare. Gli
eurocrati si sono impegnati, viceversa, a trovare il mezzo pratico per
non tenere alcun conto dell’avvertimento che era stato loro lanciato. Il
risultato è stato il progetto di “trattato semplificato” adottato al
vertice di Lisbona, che per unico obiettivo aggirare l’opposizione al
trattato costituzionale riproponendo il medesimo contenuto in un diverso
involucro.
Questo
progetto di trattato “semplificato”, reso pubblico il 5 ottobre 2007
con il nome di “trattato modificativo”, di cui Nicolas Sarkozy aveva già
fatto adottare il principio a Bruxelles nel giugno 2007, in
primo luogo non è così semplificato come si sostiene, dal momento che
conta 256 pagine con l’aggiunta di 12 protocolli annessi e di 25 diverse
dichiarazioni che rimandano a circa 3000 pagine di accordi precedenti.
Esso riprende peraltro la sostanza delle disposizioni del progetto di
trattato costituzionale respinto per via di referendum dai francesi e
dagli olandesi. Uniche modifiche: gli elementi simbolici (bandiera, inno
e moneta) non vi figurano più, e il ministro degli Esteri dell’Unione
si vede attribuire, per soddisfare gli inglesi, il semplice titolo di
“alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune”. Per
il resto non cambia niente, se non il rivestimento. Il riferimento alla
NATO, in particolare, è sempre presente, giacché il nuovo testo rimanda
al trattato di Maastricht, il cui titolo V stabiliva che le posizioni
comuni degli Stati membri in materia di difesa devono essere compatibili
con i “contesti della NATO”. La Carta
dei diritti fondamentali non è ripresa per esteso, ma è essa pure
oggetto di un riferimento, il che in diritto significa la stessa cosa.
Si precisa anzi esplicitamente che “l’Unione riconosce i diritti, le
libertà e i principi enunciati nella Carta del 7 dicembre 2000, che ha
il medesimo valore giuridico dei trattati” (art. 6). La superiorità
della norma europea sulle leggi e sulle Costituzioni nazionali è
menzionata in una dichiarazione aggiuntiva che ricorda la giurisprudenza
della Corte di Giustizia europea in materia.
Neanche
il riferimento alla “concorrenza libera e non falsata” viene
abbandonato, dal momento che il trattato “semplificato” rimanda a un
protocollo addizionale il quale stipula che “il mercato interno, così
come è definito all’articolo 3 del trattato, comprende un sistema che
garantisca che la concorrenza non è falsata”. La Commissione
di Bruxelles resta inoltre titolare dell’interpretazione delle norme di
concorrenza e si può quindi opporre alle politiche industriali
nazionali ogni volta che queste fossero tentate di rimetterne in
discussione il principio, sostenendo ad esempio che la concorrenza non
può, da sola, regolare il commercio internazionale, tenuto conto della
disparità delle situazioni sociali fra i paesi. Valéry Giscard
d’Estaing, principale “padre” del trattato costituzionale, non ne ha
fatto mistero: “La differenza è più di metodo che di contenuto […] I
giuristi non hanno proposto innovazioni. Sono partiti dal testo del
trattato costituzionale, di cui hanno scisso gli elementi, ad uno ad
uno, rinviandoli attraverso gli emendamenti ai due trattati esistenti di
Roma (1957) e di Maastricht (1993) […] Il risultato è che le proposte
istituzionali del trattato costituzionale si ritrovano integralmente nel
trattato di Lisbona, ma in un ordine diverso”[xxvii].
Il
“trattato modificativo” doveva essere ratificato a Lisbona il 13
dicembre 2007. Nessun referendum è previsto, salvo che in Irlanda e in
Danimarca, benché diversi sondaggi d’opinione abbiano indicato che il
76% dei tedeschi, il 75% dei britannici, il 72% degli italiani, il 71%
dei francesi e il 65% degli spagnoli desiderano potersi pronunciare su
questo testo. In Francia, con ogni evidenza questo trattato non ha altra
ragion d’essere se non imporre al popolo, senza doverlo consultare, ciò
che esso aveva respinto a maggioranza nel 2005[xxviii].
Il rifiuto del presidente Sarkozy di sottoporre il “trattato
modificativo” a referendum e la sua decisione di farlo adottare per la
sola via parlamentare hanno dunque un sentore di fellonia. Anne-Marie Le
Pourhiet, professoressa alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università
di Rennes, è giunta al punto di parlare di “colpo di Stato” e di “altro
tradimento”. “Quando si sa che la Costituzione
californiana prevede che una norma adottata per referendum non possa
essere in seguito abrogata o modificata se non tramite un’altra
decisione popolare e che la Corte
costituzionale italiana adotta lo stesso principio, non si può non
essere sconcertati dal colpo di Stato in tal modo perpetrato in Francia
[…] Il termine che viene alla mente per definire il disprezzo
presidenziale della volontà popolare è ovviamente quello di alto tradimento”[xxix].
II. La speranza?
Malgrado
le delusioni che ha provocato, la costruzione europea rimane più
necessaria che mai. Perché? In primo luogo per permettere a popoli
europei troppo a lungo lacerati da guerre e conflitti o rivalità d’ogni
sorta di riprendere coscienza della comune appartenenza ad una medesima
area di cultura e di civiltà e di assicurarsi un destino comune senza
doversi mai più contrapporre. Ma anche per ragioni connesse al momento
storico che stiamo vivendo.
Nell’epoca
della modernità tardiva – o della postmodernità nascente –, lo Stato
nazionale, entrato in crisi fin dagli anni Trenta, diventa ogni giorno
più obsoleto, mentre i fenomeni transnazionali continuano ad
accrescersi. Non è che lo Stato abbia perso tutti i suoi poteri (in
certi ambiti, come la sicurezza, tende al contrario ad aumentarli di
continuo attraverso le regolamentazioni), ma ha smesso di produrre
socialità e non può più far fronte ad imprese che oggigiorno si
estendono a livello planetario. In un universo dominato dall’incertezza e
dai rischi globali, nessun paese può sperare di venire a capo da solo
dei problemi che lo riguardano. Per dirla altrimenti, “gli Stati
nazionali – forti o deboli che siano – non sono più le entità primarie
che consentono di risolvere i problemi nazionali”[xxx].
In queste condizioni, l’unico interrogativo che si pone è “capire se
gli europei vogliono oppure non continuare a svolgere un ruolo nella
storia”[xxxi] o sono già rassegnati a diventare oggetto della storia degli altri.
Una
delle ragioni profonde della crisi della costruzione europea consiste
nel fatto che nessuno appare capace di risponde alla domanda “che cos’è
l’Europa?”. Eppure le risposte non mancano; nella maggior parte, però,
sono convenzionali e nessuna trova tutti concordi. Orbene: la risposta
alla domanda “che cos’è l’Europa?” condiziona la risposta ad un’altra
domanda: “cosa deve essere?”.
Tutti
sanno bene, infatti, che non vi è alcuna comune misura fra un’Europa
che cerchi di costituirsi come una potenza politica autonoma, con
frontiere chiaramente definite e istituzioni politiche comuni che
funzionino democraticamente, e un’Europa che non sarebbe altro che uno
spazio di libero scambio aperto ai “grandi orizzonti”, destinato a
diluirsi in uno spazio illimitato, in larga misura spoliticizzato o
neutralizzato e funzionante solo sulla base di meccanismi decisionali
tecnocratici e intergovernativi. Tutti sanno bene anche che
l’allargamento frettoloso dell’Europa e l’incertezza esistenziale che
pesa oggi sulla costruzione europea non possono che favorire il secondo
modello, d’ispirazione “anglosassone” o “atlantica”. Scegliere tra
questi due modelli significa anche scegliere tra la politica e
l’economia, la potenza della Terra e la potenza del Mare. Coloro che si
occupano della costruzione europea in genere purtroppo non hanno la
benché minima idea in materia di geopolitica. L’antagonismo tra le
logiche terrestre e marittima sfugge loro. Non vedono per quali motivi
la globalizzazione oggi obblighi a pensare in termini di continenti[xxxii].
Il
generale de Gaulle aveva sin dal 1964 definito perfettamente il
problema: “Ma quale Europa? Questo è il punto da discutere […] Secondo
noi, francesi, occorre che l’Europa si faccia per essere europea.
Un’Europa europea significa che essa esiste di per se stessa e per se
stessa, ovvero che in mezzo al mondo abbia la propria politica. Orbene, è
proprio questo ciò che respingono, consapevolmente o inconsapevolmente,
taluni che tuttavia sostengono di volere che essa si realizzi. In
fondo, il fatto che l’Europa, non avendo una politica, resterebbe
assoggettata a quella che le verrebbe dall’altra sponda dell’Atlantico
pare loro, ancora oggi, normale e soddisfacente”. Già tre anni prima,
aveva detto: “L’Europa integrata in cui non vi fosse politica si
metterebbe a dipendere da qualcuno di fuori, che invece ne avrebbe una”.
Anche
François Bayrou ha ben riassunto la situazione: “Sin dal primo giorno
della costruzione europea, due modelli sono in guerra. Il modello
britannico, quello di una zona di libero scambio, senza altri scopi al
di fuori di quello economico, ornato, per sembrare bello, dell’apparenza
di una concertazione governativa, e il nostro modello, il modello
franco-tedesco, di una potenza politica in formazione. Il dissolversi
della volontà europea dà la vittoria al modello della zona di libero
scambio”[xxxiii].
L’Europa
è prima di tutto forte di ciò che l’ha fatta, ma la sua storia è tutto
fuorché una storia semplice. È la storia di una serie di notevoli
trasformazioni interne e di apporti successivi che si sono trapiantati,
più o meno felicemente, su un’entità la cui eredità fondamentale deriva
nel contempo da una fonte autoctona, le culture latine, greche,
celtiche, germaniche e slave dell’Antichità precristiana, e da una fonte
importata da lunga data, il cristianesimo. Ciò fa capire il carattere
complesso dell’Europa e il carattere illusorio di ogni atteggiamento che
miri a ridurla ad una soltanto di queste componenti a detrimento delle
altre. A seconda dei gusti e delle convinzioni, ovviamente si potrà
sempre privilegiare questa o quella di tali componenti, questa o
quell’epoca, questo o quel luogo. In realtà, non è sbagliato dire che da
duemila anni a questa parte la storia dell’Europa è una storia
contraddittoria, e riconoscere che “ciò che lacera il Vecchio continente
in conflitti intestini è anche ciò che ne costituisce la singolarità
storica e l’identità collettiva”[xxxiv].
Questo
significa che non bisogna sottovalutare, come sono portati a fare certi
sostenitori di un’Europa ideale, le profonde diversità del continente
europeo. Tra il finlandese e il napolitano, l’abitante du Dublino e
quello di Dubrovnik, i riferimenti non sono gli stessi, la mentalità non
è la stessa e la comprensione non è scontata. Questo significa inoltre
che non si può definire l’Europa facendo unicamente riferimento al suo
passato, cioè alla sua storia empirica, così come non si può fare tabula
rasa di quel passato. Prendere in considerazione soltanto la “memoria”
storica significa dar prova di un modo di pensare antistorico, nella
misura in cui la storia include il passato ma non si riduce ad esso, e
per giunta è indissociabile dall’interpretazione che essa ne dà. Infine,
come ogni realtà collettiva, l’Europa ovviamente ha delle fondamenta
etniche, ma non è un progetto etnico: l’Europa non ha vocazione a
radunare tutti gli individui o tutti i popoli di origine europea che
vivono oggi nel mondo, ma ad offrire un contesto istituzionale comune
agli abitanti del continente europeo. Qui l’aspetto geografico, e dunque
anche geopolitico, è determinante.
Chi
sogna un’Europa senza frontiere coltiva evidentemente l’ambizione di
vedervisi gradualmente integrare tutti i paesi vicini, in attesa dei
paesi lontani. In quest’ottica, “l’Europa” non è più altro che l’abbozzo
di una Repubblica universale o di uno Stato mondiale. I sostenitori di
un progetto di questo tipo svolgono in genere le proprie argomentazioni
partendo dai “valori universali”: all’Europa apparterrebbero tutti i
paesi che rispettano i “valori universali” che essa ha inventato nel
corso della sua storia, cioè potenzialmente il mondo intero. Vale la
pena soffermarsi su questo punto.
È
un dato di fatto che l’Europa, sin dalle origini, si è sforzata di
concettualizzare l’universale, ha preteso di essere, con le migliori e
le peggiori intenzioni, una “civiltà dell’universale”, in primo luogo
attraverso il concetto di obiettività. Aporia maggiore: l’Europa è
l’unica ad aver voluto pensare l’universale, ma l’universale, quando non
è la semplice maschera di un inconfessato etnocentrismo, è anche ciò
che la pone di fronte al rischio di non sapere più quel che è. Da questa
aporia è possibile uscire solo sottolineando che “civiltà
dell’universale” e “civiltà universale” non sono sinonimi. Secondo un
bel detto spesso citato, l’universale, nel senso migliore del termine, è
“il locale meno le mura”.
L’ideologia
dominante ignora proprio la differenza tra “civiltà universale” e
“civiltà dell’universale”. Per disposizione dei suoi rappresentanti, l’E uropa
è stata condannata all’ignoranza di sé – e al “pentimento” per ciò che è
ancora autorizzata a ricordare –, mentre la religione dei diritti
dell’uomo universalizzerebbe l’idea del Medesimo. Un umanesimo privo di
orizzonte si è così assegnato il ruolo di giudice della storia, facendo
dell’indistinzione l’ideale redentore e celebrando di continuo il
processo all’appartenenza che rende specifici. Come ha affermato Alain
Finkielkraut, “ciò significava che, per non escludere più nessuno,
l’Europa doveva disfarsi di se stessa, “desoriginarsi”, conservare della
propria eredità esclusivamente l’universalità dei diritti dell’uomo […]
Noi non siamo niente, è la condizione preventiva perché non siamo
chiusi a niente e a nessuno”[xxxv].
“Vacuità sostanziale, tolleranza radicale”, ha potuto scrivere nello
stesso spirito il sociologo Ulrich Beck, mentre è invece il senso di
vuoto a rendere allergici a tutto. L’Europa può infatti essere
accogliente verso gli altri solo nella misura in cui è cosciente del
modello di civiltà che la caratterizza. L’apertura non ha senso nel
vuoto; essa implica la capacità di scambio e di dialogo fra partners
chiaramente situati.
Jean-Louis
Bourlanges osserva che si “è preteso di “costruire l’Europa” sulla base
del riconoscimento di valori universali – la pace, la libertà, la
democrazia, i diritti della persona – e non dell’aggregazione e della
sintesi delle particolarità geografiche, storiche e culturali proprie
dei differenti popoli del Vecchio Continente […] Quel che definisce
l’europeo degli ultimi cinquant’anni è la sua volontà di sfuggire alla
propria condizione storica per accedere alla condizione umana”[xxxvi].
Ma, aggiunge, “l’Europa non è tanto la terra di coloro che praticano la
democrazia, quanto la terra di coloro che l’hanno inventata”[xxxvii].
Ed ancora: “Essere europeo significa ereditare una storia e condividere
attraverso quel lascito ricevuto e rivendicato una certa maniera di
vivere, di pensare e di sentire la propria relazione con la politica”[xxxviii].
Questo lascito non deve certamente essere considerato un’essenza, un
deposito intangibile che si trasmette in forma identica di generazione
in generazione, bensì una sostanza complessa, associata ad una maniera
specifica di trasformare se stessi, nonché a una capacità permanente di
narrarsi[xxxix].
L’identità
europea non esclude i valori universali, ma può fondarsi su di essi. Se
l’Europa ha come esclusiva vocazione affermare “valori universali”, la
costruzione europea non è altro che l’inizio di un progetto universale.
Come scrive Slavoj Zizek, “se la difesa dell’eredità europea si limita
alla difesa della tradizione democratica europea, la battaglia è persa
prima di cominciare”[xl].
L’Europa in realtà deve avere l’ambizione di essere nel contempo una
potenza capace di difendere i propri interessi specifici, un polo
regolatore in un mondo multipolare o policentrico e un progetto
originale di cultura e di civiltà.
Per
raggiungere questo obiettivo non si può contare sugli ambienti
liberali, che hanno sì contribuito alla costruzione europea, ma in essa
hanno visto soltanto una tappa in vista dell’avvento del liberoscambismo
mondiale. Hanno scritto a tale proposito Ulrich Beck e Edgard Grande:
“L’obiettivo del neoliberalismo globale non è la creazione di un mercato
unitario europeo, bensì la liberalizzazione mondiale dell’economia. E
dal momento in cui queste due dimensioni entrano in contraddizione, dal
momento in cui l’Europa si trasforma in “fortezza” e viene proposto di
restringere il raggio di azione del capitale, il neoliberalismo diventa
antieuropeo […] La costruzione di un’architettura istituzionale in
Europa non è che un mezzo, non un fine in sé: è la creazione di
un’agenzia incaricata di porre in esecuzione la parola d’ordine “meno
Stato””[xli].
Gli
Stati Uniti non hanno mai adottato una politica diversa da questa. Al
contrario: il loro atteggiamento nei confronti dell’Europa ha sempre
obbedito agli stessi principi: sì a un’Europa del libero scambio, no
all’emergere di un concorrente o di un rivale (un “peer competitor”)
che possa dotarsi di mezzi atti a farne un attore internazionale di
spicco. Come Zbigniew Brzezinski ha spiegato senza giri di parole:
“Un’Europa emergente in ambito militare sarebbe un concorrente
formidabile per l’America. Inevitabilmente, costituirebbe una sfida per
l’egemonia americana. Un’Europa politicamente forte, che non dipendesse
più militarmente dagli Stati Uniti, metterebbe per forza in discussione
il dominio americano e limiterebbe la supremazia degli Stati Uniti alla
regione del Pacifico”.
Ai tempi della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno certamente incoraggiato la costruzione europea. Fra il 1949 e il 1959, in
piena guerra fredda, hanno anzi versato l’equivalente di 50 milioni di
dollari attuali ai movimenti europeisti, attraverso i servizi segreti o
servendosi dell’American Committee for United Europe (ACUE), fondato nel
gennaio 1949 sotto la presidenza di William Donovan, creatore nel 1942
dell’Office of Strategic Services (OSS), antenato della CIA[xlii].
Nel
1952 è sempre Washington ad ispirare direttamente il progetto di
Comunità europea di difesa (CED), che avrà il sostegno del Vaticano ma
che i gollisti e i comunisti faranno fallire due anni dopo. Questo aiuto
ai movimenti europeisti si colloca nella cornice della strategia del
“contenimento” teorizzata fin dal 1947 dal diplomatico americano George
Kennan per contrastare l’Unione sovietica. Costruire l’Europa significa
allora riempire un vuoto che Stalin minaccia di riempire e di
conseguenza proteggere gli Stati Uniti. Nel contempo, sotto l’egida
della NATO che controllano, essi non si nascondono di volersi avvalere
sul piano militare di capacità europee complementari, ma soprattutto non
autonome.
Dopo
il crollo del sistema sovietico e la scomparsa dell’ordine bipolare
ereditato da Yalta, gli Stati Uniti si sono sforzati di rafforzare la
loro posizione egemone, soprattutto con un ritorno all’uso smodato dello
“hard power”. Nel contempo hanno ridefinito la missione della
NATO, ormai dotata di una portata “globale” (la ristrutturazione
dell’Alleanza atlantica è stata confermata nel novembre 2002 con la
firma, a Praga, del secondo allargamento della NATO a beneficio dei
paesi baltici, della Romania e della Bulgaria), e sfruttato i disaccordi
tra la “vecchia Europa” e l’Europa centrale e orientale, ieri baluardo
dell’Unione sovietica, in cui sperano di trovare nuovi alleati per
accerchiare la Russia
ed incoraggiano e finanziano ogni sorta di “rivoluzioni pacifiche”
miranti ad “instaurare la democrazia”, vale a dire a creare una società
di mercato.
Questa
alleanza transatlantica è in realtà diventata un non-senso dopo la fine
del sistema sovietico. Gli interessi europei ed americani sono
strutturalmente divergenti. Dal punto di vista geopolitico, l’Europa e
gli Stati Uniti rappresentano due entità, una terrestre e l’altra
marittima, che non possono che scontrarsi. Sul piano militare, un
disaccoppiamento all’interno della “difesa occidentale” è inevitabile.
Tutti i sondaggi d’opinione mostrano che la grande maggioranza degli
europei vogliono un’Europa indipendente dagli Usa[xliii]. Non si deve esitare a dirlo: l’Europa si farà solo contro gli Stati Uniti, giacché questi ultimi non accetteranno mai l’emergere di una potenza rivale.
Per il momento, l’Europa rappresenta un’innegabile potenza economica pur restando, come la Germania
dopo la guerra, un nano politico. E anche questa potenza non dev’essere
sopravvalutata. Dal 2006, l’Europa è surclassata dai grandi paesi
dell’Asia (India e Cina). “Un grande mercato comune integrato, una
moneta unica forte […] procurano effettivamente grandi vantaggi
concorrenziali alle imprese europee, che vedono migliorare le loro
possibilità di sopravvivenza su mercati in via di globalizzazione. Ma
ciò non produce ancora una “comunità economica” europea che possa essere
una sorta di grande nazione, come taluni avevano sperato”[xliv].
Tanto più che la nozione di “preferenza europea” o di “preferenza
comunitaria” non è attualmente contemplata in alcun trattato.
Sul
piano della difesa, i progressi registrati negli ultimi anni rimangono
molto insufficienti. Secondo le cifre comparative fornite dalla NATO,
l’importo delle spese militari della Francia ha rappresentato nel 2006
l’equivalente di 579 dollari per abitante, contro i 1436 dollari degli
Stati Uniti. Quattro anni fa, Hubert Védrine evocava questa alternativa:
“Europa-potenza o semplice spazio di pace, di libertà e di prosperità”[xlv].
Ma la pace, come sottolinea Dominique Schnapper, “non può essere
garantita dal solo godimento della partecipazione alla produzione
razionale e del consumo dei beni e dei servizi, accompagnato
dall’indifferenza nei confronti del resto del mondo e dalla chiusura
delle frontiere”[xlvi].
La pace può essere garantita solo dal possesso degli strumenti per
farla rispettare. È quanto constata Pascal Boniface quando dichiara: “Il
rifiuto della potenza per se stessi non impedisce agli altri di
sviluppare politiche di potenza […] Non viviamo in un mondo ideale, ma
in un mondo modellato e retto dai rapporti di forza […] Non possiamo nel
contempo criticare l’onnipotenza americana e non organizzare l’Europa
della sicurezza per fare in modo che essa possa essere un attore
strategico autonomo sulla scena mondiale”[xlvii].
In
fondo”, scribe Werner Weidenfeld, “quel che manca all’Europa per agire
sulla scena politica mondiale, è non solo un centro operativo, ma
soprattutto un pensiero strategico. Tutte le grandi potenze dell’Europa
hanno perso la loro levatura mondiale […] Nessuno di questi Stati ha
sviluppato la volontà di prendere i comandi e di compensare a livello
europeo questa perdita nazionale dell’orizzonte politico mondiale.
Questo deficit di pensiero strategico è il vero tallone d’Achille
dell’Europa”[xlviii].
La
potenza non va però concepita soltanto come potenza di fuoco (tanto più
che l’Europa è portatrice di un modello di organizzazione delle
relazioni internazionali ben diverso da quello degli Stati Uniti). La
potenza dell’Europa è anche lo sviluppo scientifico e tecnologico, la
sovranità in materia di approvvigionamento energetico, la partecipazione
attiva di tutti alla cosa pubblica. È soprattutto la capacità di
inventare un modo di esistenza sociale che le sia caratteristico: di
fronte a un sistema di produzione e di consumo che produce una miseria
simbolica generalizzata, l’Europa deve poter offrire una risposta alla
crisi della civiltà capitalista[xlix].
Qui
il concetto chiave è sovranità. Ma bisogna essere capaci di concepirla
in modo diverso da quello degli ambienti sovranisti, dei quali abbiamo
già avuto modo di criticare le posizioni su questo punto[l].
I sovranisti, seguiti dai “nazional-repubblicani”, sono a favore di una
concezione bodiniana della sovranità, cioè di una sovranità
indivisibile tale quale la concepisce Jean Bodin, non intesa come una
sovranità in ultima istanza. Ora, è un grave errore credere che per
definizione la sovranità non si divida. Essa può infatti ripartirsi
senza cessare di essere sovrana. Per quanto riguarda l’Europa, solo
appoggiandosi alla concezione bodiniana (o hobbesiana) della sovranità
si è condotti a porre l’alternativa: o la sovranità è dalla parte degli
Stati membri, oppure è dalla parte dell’Unione europea (o anche: o
esistono diverse regolamentazioni nazionali, oppure esiste una
regolamentazione europea). Dal punto di vista della sovranità, la
costruzione europea diventa allora un gioco a somma zero. Ma in realtà
la sovranità legale dello Stato nazionale non equivale più, oggi, a una
sovranità materiale concreta, il che vuol dire che essa non gli consente
più di svolgere concretamente i compiti che da esso ci si può
attendere. Viceversa, accettando l’idea di sovranità suddivisa (o
ripartita) e rinunciando alla propria parte di sovranità legale, le
nazioni oggi possono sperare di ritrovare per sinergia la sovranità
materiale che hanno perso[li]. L’interdipendenza, in questo senso, va al di là del semplice dualismo tra nazionale e sovranazionale.
“La
questione della sovranità”, diceva molto giustamente François Bayrou,
“non è la prima questione della politica. È l’unica. Possiamo o no
governare il nostro destino, come cittadini e come popolo? Se la
risposta è no, la democrazia è nulla e non avvenuta. […] Per esercitare
la sovranità dobbiamo costruire la nostra potenza. Una sola via è
disponibile, la via europea. Per ritrovare la sovranità perduta delle
nazioni, bisogna costruire la sovranità europea […] Esiste un’unica via
verso l’unione politica dell’Europa e la sua sovranità; è la via
federale, la sola che consente di volere insieme restando differenti”[lii].
La
critica sovranista secondo cui non può esserci un’Europa politicamente
unita poiché non vi è un “popolo europeo” ignora il fatto che la Francia ha preceduto di gran lunga l’esistenza di un “popolo francese”, di cui non si constata la piena realtà politica
prima del XVIII secolo. Stato e nazione sono le “due ante
indissociabili della modernità”(Marcel Gauchet), ma non appaiono
contemporaneamente: in Francia, lo Stato precede di vari secoli la
nazione[liii].
L’assenza di un popolo europeo, nel senso stretto (cioè politico) di
questo termine, non è dunque un ostacolo alla costruzione dell’Europa,
una delle cui ragioni d’essere è appunto quella di formare lo spazio
pubblico nel quale possa sbocciare una cittadinanza europea[liv]. Quanto alla forma repubblicana o ai costumi democratici, contrariamente a quanto sostiene Dominique Schnapper[lv],
esse non sono nella loro essenza legate allo Stato nazionale. Resta
infine da capire se la nozione di popolo debba essere collegata in primo
luogo alla nozione di nazionalità o a quella di cittadinanza, perché
queste ultime due non sono sinonimi: soltanto la cittadinanza è una
nozione intrinsecamente politica (in un’ottica non giacobina, si
potrebbe essere nel contempo di nazionalità bretone e cittadino
francese, così come si potrebbe essere di nazionalità francese e
cittadino europeo[lvi].
Un
tipico errore del modo di ragionare ispirato al principio
dell’ontologia nazionale consiste nell’analizzare i rapporti fra la
sovranazionalità e le sovranità nazionali come un gioco a somma zero
(tutto ciò che sarebbe guadagnato dall’una sarebbe automaticamente perso
dalle altre) invece di analizzarlo come un gioco a somma positiva, il
che è possibile tenendo conto della logica di inclusione additiva e
degli effetti di retroazione. Un altro errore, parallelo, è quello di
credere che le competenze nazionali e sovranazionali possano essere
chiaramente e stabilmente separate, quando invece sono in realtà
intricate in un sistema di interazione complessa. Questo ragionamento,
rendendo incapaci di cogliere le specificità del progetto europeo,
impedisce anche di vedere che lo Stato nazionale è già stato
trasformato dall’apparizione di una molteplicità di forme di potere
transnazionale che vanno oltre sia la nazione che l’Europa, e che la
costruzione di un’Europa politica potrebbe appunto essere un modo di
fronteggiarle.
I
sovranisti vogliono in genere ridurre la costruzione europee ad
iniziative intergovernative: l’“Europa delle nazioni” (o “delle patrie”)
è l’intergovernatività. Ma “l’intergovernatività è la zona di libero
scambio. Le due parole sono sinonimi”[lvii].
Senza rendersene conto, opponendosi all’Europa-potenza, i sovranisti
favoriscono automaticamente l’Europa del libero scambio, che pure la
maggior parte di loro respingono esplicitamente. Arcaica e irreali sta,
l’opposizione dei sovranisti all’Europa in nome dello Stato nazionale
sfocia non nella salvaguardia delle nazioni, ma nel declino o nella
stagnazione dell’Europa e al suo “sganciamento” sempre più accentuato
sulla scena internazionale.
La
difficoltà di analisi deriva dal fatto che l’Europa di Bruxelles rimane
un oggetto istituzionale non identificato. Contrariamente a ciò che
talvolta si dice, non è né una federazione sovranazionale né una
confederazione intergovernativa[lviii].
E neppure è propriamente un “super-Stato”, così come non è una semplice
“organizzazione internazionale”, cosicché in definitiva nessuno sa bene
come definirla: rete istituzionale, forma particolare di
interdipendenza transnazionale a più livelli, sovrastruttura
parastatale, Stato “consociativo”, insieme di reti di governance, e così via[lix].
L’integrazione europea è stata sin dall’inizio un processo dinamico dal
risultato aperto, sia verso l’interno (crescita costante delle
competenze dell’Unione europea) sia verso l’esterno (allargamento non
meno costante a nuovi paesi). La Commissione
europea, da sola, cumula funzioni legislative, esecutive, politiche,
economiche e amministrative totalmente inedite. E di fronte a questa
nuova realtà, ognuno tende a proiettare sull’Europa la propria struttura
istituzionale. La cultura politica centralizzatrice della Francia
spiega perché la sua classe politica non si sia mai seriamente occupata
del problema della ripartizione delle competenze. In generale, la
costruzione dell’Europa è un po’ ovunque percepita – sia che ci se ne
rallegri, sia che ci se ne rattristi – come la messa in opera di un
principio regolativo mirante all’omogeneità ricalcato sulle principali
caratteristiche della dottrina classica dello Stato, mentre il concetto
classico di “Stato” non permette in alcuna maniera di cogliere la realtà
dell’“Europa” odierna.
Da
questo punto di vista, Ulrich Beck e Edgar Grande non hanno torto
quanfo affermano che “l’esempio dell’Europa dimostra nel modo più chiaro
possibile sino a che punto i nostri concetti politici e l’attrezzatura
teorica delle scienze sociali siano diventati estranei alla realtà e
inoperanti – poiché restano intrappolati nell’apparato concettuale del
nazionalismo metodologico”[lx].
Ciò è particolarmente vero in Francia, dove l’Europa è sempre pensata a
partire da un quadro concettuale legato al modo particolare di
costruzione dello Stato nazionale. Anche altrove, molti critici
dell’Europa ma anche suoi sostenitori attestano la medesima incapacità a
oltrepassare mentalmente il modello dello Stato nazionale. Essi
ragionano come se l’Europa dovesse necessariamente essere concepita come
una nazione allargata, una “grande nazione” più vasta delle altre. I
sovranisti non vogliono integrarsi in una nazione di quel genere perché
non vi si riconoscono, mentre altri sognano una “nazione europea” che
riproduca su più grande scala tutte le caratteristiche repubblicane e
unitarie delle nazioni “classiche”[lxi].
L’Europa
in realtà non ha lo scopo di cancellare le nazioni, bensì di
oltrepassarle nel senso hegeliano del termine, separando la nazione
dallo Stato. Le nazioni sono realtà storiche che devono essere tenute in
conto, in un’ottica segnata dall’applicazione sistematica del principio
di sussidiarietà, allo stesso titolo delle regioni, delle
“aree-sistema” e dei territori articolati intorno alle grandi città.
L’Europa deve restare anche nazionale, anche se non sarà mai
esclusivamente nazionale.
Non
è dunque tanto la nazione che bisogna cercare di ritrovare a livello
europeo, ma è la politica che bisogna reintrodurvi. Si parla giustamente
di “costruzione europea”. Ogni costruzione implica una decisione, ogni
costruzione politica esige una decisione politica. Ma una decisione
politica senza legittimità democratica non comporta né fiducia né
obbedienza. Il che implica la creazione di istituzioni politiche europee
che non siano colpite dall’attuale deficit di democrazia ma
costituiscano un luogo di decisione e di regolamento dei conflitti
secondo regole accettate da tutti.
Una
cittadinanza postnazionale deve rimanere una cittadinanza politica (non
ce n’è un’altra), che non si può svolgere e mettere alla prova se non
all’interno di uno spazio pubblico organizzato a tale scopo. Per
iniziare, si potrebbe far sì che i membri del Parlamento europeo, oggi
non in grado di funzionare come un parlamento vero soprattutto a causa
della pluralità degli spazi politici europei, si presentino alla prova
del voto non su liste nazionali ma su liste composte a seconda degli
orientamenti politici, affinché le elezioni “europee” perdano il
significato prima di tutto nazionale che ancora oggi hanno. Ma rimediare
al deficit democratico dell’Europa non vuol dire limitarsi ad
accrescere i poteri del Parlamento europeo. Significa anche incoraggiare
l’“europeizzazione” delle lotte sociali e ricorrere a nuove prassi di
democrazia partecipativa (o “consociativa”) a tutti i livelli: azione
locale, organizzazione di referendum europei di iniziativa popolare,
ecc.[lxii]. Essendo lo spazio pubblico prima di tutto il luogo delle prassi sociali, si tratta di dare un contenuto concreto
a una cittadinanza ancora astratta che non può ridursi ad associare
individui sgombrati delle loro eredità, delle loro fedeltà e delle loro
passioni.
L’obiettivo
non sarebbe più, allora, realizzare l’unità dell’Europa riducendone la
diversità, tramite soprattutto una regolamentazione sovranazionale
omogenea, bensì far poggiare la costruzione europea sulla considerazione
di questa diversità, attraverso la messa in opera di un principio di
integrazione differenziata, asimmetrica, a geometria variabile. Come
scrivono Beck e Grande, “la diversità non è il problema, ma la
soluzione”[lxiii].
Non
essendo praticabile il modello dello Stato nazionale, verso quale
modello alternativo ci si può volgere? La storia dell’Europa ne
suggerisce uno: quello dell’Impero. Peter Sloterdijk è uno di coloro che
hanno colto l’affinità fra la costruzione europea e il modello
imperiale. Ingiungendo agli europei di rompere con le “ideologie
dell’assenza”, egli reputa che l’Europa sia “un teatro per le
metamorfosi dell’Impero”, il che lo conduce a raccomandare un
“trasferimento decisivo dell’Impero verso un’unione di Stati
continentale e paneuropeo”[lxiv]. Ciò rende necessario, ovviamente, intendersi sul concetto di Impero.
L’Impero
di cui qui si discute non ha naturalmente niente a che vedere con gli
imperi coloniali o con gli imperialismi moderni. L’Europa di Napoleone e
di Hitler non era altro che un espansionismo nazionale. Così come le
“grandi potenze” (great powers) non sono imperi, ma Stati forti.
Nello Stato nazionale, la nazione, nata da una presa di possesso
territoriale-patrimoniale, è il risultato della semplice adesione degli
individui allo Stato, giacché la loro solidarietà discende
esclusivamente dalla comune appartenenza amministrativa a quello Stato.
La cittadinanza in quel caso è solo una formalità amministrativa.
Cittadinanza e nazionalità sono, inoltre, automaticamente sinonimi, il
che pone il problema delle minoranze nazionali (linguistiche, culturali o
di altro genere). L’Impero corrisponde viceversa alla personificazione
giuridica e all’espressione politica di una o di molteplici comunità
fondate su solidarietà naturali diverse dalla consanguineità.
Cittadinanza e nazionalità sono distinte. Gli imperi non sono soltanto
Stati più grandi o più estesi degli altri. I veri imperi sono sempre
plurinazionali. “Riuniscono più etnie, più comunità, più culture, un
tempo separate, sempre distinte”[lxv].
L’Impero
organizza i rapporti di potere in una maniera del tutto diversa dallo
Stato nazionale, nella misura in cui la forma di dominio che incarna
“mira costantemente a dominare dei non-dominati”[lxvi],
appoggiandosi non tanto al potere gerarchico del comando quanto sul
plusvalore politico apportato dalla cooperazione delle differenti entità
politiche che ingloba. Lo Stato nazionale moderno mira peraltro
all’omogeneità delle norme e delle regolantazioni, che è garantita
giuridicamente dall’eguaglianza formale dei diritti, mentre gli imperi
tendono ad instaurare norme asimmetriche o differenziate in funzione
delle specificità socioculturali locali. L’Impero è una modalità di
gestione e di organizzazione della diversità. È proprio questo che ha
fatto dire a vari autori che l’Europa può essere pensata unicamente sul
modello dell’Impero, ma di un impero “post-imperialista”, adattato al
nostro tempo, vale a dire privo di mire egemoniche.
Fra
questi autori figurano Ulrich Beck e Edgar Grande, i cui punti di vista
sono a volte completamente divergenti dai nostri (essi riducono
l’identità europea al fatto che essa è portatrice di “valori
universali”), ma meritano comunque di essere esaminati. Beck e Grande si
pronunciano nettamente a favore di un “impero europeo”, pur affermando
che l’Europa deve dotarsi di una nuova identità di tipo “cosmopolita”[lxvii].
Dato che il termine potrebbe agevolmente servire da respingente,
bisogna precisare che ciò che i due autori tedeschi chiamano
“cosmopolitismo” non si confonde esattamente con quel che la maggior
parte delle volte si intende con tale parola. Con l’espressione “Europa
cosmopolita”, essi intendono designare un’Europa post-egemonica, che non
si fondi sul “modello di un demos europeo o di un monopolio statale
europeo in senso convenzionale – cioè sull’omogeneizzazione e
l’uniformità”[lxviii].
“Il cosmopolitismo”, scrivono, “combina una stima per la differenza e
l’alterità con la preoccupazione di concepire nuove forme democratiche
di dominio politico al di là degli Stati nazionali”[lxix];
è dunque una forma particolare di trattamento sociale dell’alterità
culturale, fondata sul principio di esclusione additiva (“et-et”). Beck e
Grande badano inoltre a distinguere nettamente questo “cosmopolitismo”
da tre altre forme di trattamento sociale dell’alterità: prima di tutto,
ovviamente, il nazionalismo, che tende ad abolire le differenze
all’interno in una prospettiva egualitaria ma ad esagerarle o renderle
più rigide all’esterno in una prospettiva il più sovente gerarchica, ma
anche l’universalismo, sostanziale o procedurale, che mira a stabilire
un’eguaglianza formale svalutando la varietà umana a profitto di una
sola ed unica norma (al di là di ciò che li distingue, gli individui e i
popoli sono posti come essenzialmente identici), e il multiculturalismo
postmoderno, che tende a fare della dissomiglianza un assoluto. Essi
concludono che “un’Europa cosmopolita sarebbe innanzitutto un’Europa
della differenza, di una differenza accettata e riconosciuta”[lxx].
Beck e Grande affermano peraltro che “l’Europa può definirsi solo sotto forma di un progetto politico”[lxxi].
Scrivono, inoltre, che “l’Europa cosmopolita deve saper resistere a due
tentazioni. La prima è la seguente: l’identità etnica è un’essenza, una
natura, qualcosa di dato una volta per tutte, di concreto e di
obiettivo. E la tentazione inversa consiste nel partire dal principio
che la differenza etnica non è altro che un’illusione”[lxxii].
Quest’ultima osservazione si colloca all’interno di una critica delle
“contraddizioni tipiche” dell’“universalismo cieco ai colori”: “Da un
lato, l’alterità dell’altro è superata poiché egli è considerato un
eguale e trattato in quanto tale; per un altro verso, ciò finisce col
far negare la realtà dell’altro – colui o colei che non vuole
abbandonare la posizione dell’alterità è escluso/a […] Essere ciechi
alla differenza significa perpetuare il dominio culturale”[lxxiii].
“Il
concetto d’impero”, scrivono Beck e Grande, “possiede perlomeno tre
carte vincenti. In primo luogo, consente di intravedere nuove forme
d’integrazione politica al di là degli Stati nazionali e libera
l’analisi del dominio politico dalla sua fissazione sullo Stato. Secondo
punto forte: parlare d’impero apre gli occhi sull’asimmetria realmente
esistente del potere degli Stati, in altre parole la fa finita con la
finzione di una eguaglianza fra gli Stati sul piano della sovranità.
Terzo vantaggio: storicizza la separazione tra il nazionale e
l’internazionale, e rimette in discussione l’assiomatica che ancora
regge il pensiero e l’azione sia in politica sia nelle scienze
politiche”[lxxiv]
Qui
però si pone un problema particolare. Le frontiere esterne degli
imperi, contrariamente a quelle delle nazioni, sono aperte e flessibili.
Tuttavia, nel caso dell’Europa, anche un impero europeo deve fissarsi
delle frontiere. È un paradosso al quale Beck e Grande sono sensibili,
ancorché parteggino per un’Europa “portatrice di valori universali”.
Scrivono: “Ogni impero tende nel fondo di se stesso all’estensione,
all’abolizione delle frontiere – e l’Impero europeo anche. Ma in quanto
Impero europeo, esso non può ambire a una dimensione universale, e
nel contempo deve stabilire le sue stesse frontiere. Queste frontiere
possono variare con l’andar del tempo, possono essere politicamente
contingenti, ma, comunque stiano le cose, bisogna che esistano”[lxxv]. Dinanzi a questa “contraddizione fondamentale”, l’imbarazzo dei due autori è palpabile.
Beck
e Grande chiamano dunque “impero” quell’Europa “cosmopolita” che
auspicano, sottolineando – beninteso – che si tratterebbe di un impero
senza alcun germe d’imperialismo: “L’Europa è l’impero senza potenza egemonica”[lxxvi]. Un partenariato che associasse l’Unione europea alla Russia potrebbe successivamente condurre ad un’“Europa dei due imperi”[lxxvii], attendendo la messa a punto di una struttura più ampia che interessasse il continente euroasiatico nel suo insieme.
Ma
ovviamente queste sono prospettive lontane. Nell’immediato, come uscire
dal vicolo cieco nel quale “l’Europa” si è rinchiusa? Per il momento,
sembrano esserci soltanto tre possibilità: proseguire sulla stessa
strada, di cui adesso conosciamo i risultati; ripiegare sulle sole
strutture nazionali, come auspicano i sovranisti, e in questo caso la
“costruzione” europea si ridurrebbe a semplici iniziative
intergovernative in alcuni ambiti specifici; oppure sforzarsi di dare
all’Unione europea vere istituzioni politiche mettendo fine una volta
per tutte all’equivoco sulle finalità. Ma se si sceglie quest’ultima
opzione, ci si rende subito conto che essa – per usare un eufemismo –
non trova l’unanimità degli Stati membri.
La
soluzione per uscire dallo stallo potrebbe consistere nel fare un passo
indietro per poi poterne fare due in avanti. Già qualche anno fa Henri
de Grossouvre aveva formulato un progetto di asse Parigi-Berlino-Mosca[lxxviii],
prospettiva stimolante che però sinora non ha potuto concretizzarsi,
soprattutto a causa dell’ascesa al potere di Angela Merkel in Germania e
di Nicolas Sarkozy in Francia. Il medesimo autore ha più di recente
proposto la costituzione di un “nucleo duro”, o più esattamente di
un’“avanguardia”, che raggruppi soltanto i paesi decisi a procedere
sulla via dell’approfondimento delle istituzioni politiche. Questa
avanguardia assocerebbe la Francia, la Germania,
il Belgio, il Lussemburgo, l’Ungheria e l’Austria. Scrive Grossouvre:
“L’Europa si trova al bivio. O un numero ristretto di paesi rilancia, in
maniera credibile, la costruzione europea e l’Europa può di nuovo
esistere e pesare, o l’Europa viene progressivamente emarginata,
economicamente, politicamente e demograficamente”[lxxix].
Henri
de Grossouvre sottolinea a questo proposito che la linea divisoria tra
sostenitori e avversari dell’Europa-potenza attraversa tutti gli
spartiacque politici abituali e che non può esserci un’avanguardia
operativa senza la Francia e la Germania,
paesi che, rappresentando da soli 142 milioni di abitanti e il 41% del
bilancio dell’Unione, costituiscono il “cuore carolingio” dell’Europa
danubiana[lxxx].
Anche
in questo caso, l’idea è interessante. Corrisponde del resto a varie
proposte avanzate in passato. Già a suo tempo Paul-Henri Spaak parlava
degli Stati membri decisi ad “andare più in fretta e più lontano”. Sin
dal 1975, il rapporto Tindemans sosteneva che “gli Stati che sono in
grado di farlo hanno il dovere di andare avanti”. Quasi vent’anni più
tardi, nel 1994, i deputati tedeschi Wolfgang Schäuble e Karl Lamers
avevano lanciato l’idea di un “nucleo duro di paesi desiderosi di
integrarsi e di cooperare”, senza tuttavia ottenere la benché minima
risposta dal governo Balladur[lxxxi].
L’anno seguente, Hervé de Charrette evocava la possibilità che si
creasse un polo “più integrato” fondato “su un gruppo di paesi raccolti
attorno alla coppia franco-tedesca”. Lo stesso anni, Valéry Giscard
d’Estaing, nel suo Manifesto per una nuova Europa federativa,
parlava di una “Europa a volontà politiche differenziate”. Nel maggio
2000, prendendo la parola all’Università Humboldt di Berlino, Joschka
Fischer, all’epoca ministro tedesco degli Esteri, aveva a sua volta
perorato la causa di un “centro di gravità formato da alcuni Stati
capaci […] di progredire sulla strada dell’integrazione politica” e che
convenissero fra di loro di gettare “le basi di un nuovo trattato
europeo”, formula alla quale la Francia, di nuovo, non aveva dato seguito[lxxxii].
Nello stesso periodo, Jacques Delors dichiarava: “Se si vuole
perseguire l’obiettivo di un’Europa politica, bisogna consentire a
questa avanguardia di costituire quella che io chiamo una federazione
degli Stati nazionali”[lxxxiii].
Altri progetti hanno evocato una costruzione europea a partire da
“cerchi concentrici”, in cui il cerchio più stretto definirebbe un
insieme veramente integrato sul piano politico e gli altri degli insiemi
più larghi, soggetti ad obblighi meno cogenti.
“L’incapacità
di accettare gli scenari istituzionali dell’avanguardia o del nocciolo
duro proposto da parecchie personalità francesi o tedesche (progetto
Schäuble-Lamers, proposta Delors di federazione di Stati nazionali,
proposta Fischer di centro di gravità del maggio 2000) nella quale si
sono trovati, dal 1994 in
poi, i governi francesi, di sinistra o di destra, ha accresciuto il
disincanto dei filoeuropei francesi”, ha osservato recentemente
Christian Lequesne[lxxxiv].
In
questi ultimi anni si sono tuttavia fatte sentire nuove voci che vanno
nella stessa direzione. Nel 2004, Günther Hofmann ha scritto: “Non si
potrà fare altrimenti: due, tre o quattro, se non cinque o sei, governi
devono semplicemente prendere l’iniziativa di una politica che rifletta
ciò che è specificamente “europeo””[lxxxv].
Nel 2005, anche l’economista René Passet si è pronunciato per la
creazione di un “nocciolo duro comunitario europeo”: “Il ritorno allo
spirito delle origini, che non può essere effettuato dal grande numero,
alcune nazioni possono realizzarlo”[lxxxvi].
Dal canto suo, Jacques Delors ha riaffermato la sua posizione: “Ogni
volta che si propone un passo avanti verso l’Europa politica, ci si
obietta che su questi argomenti non c’è unanimità. È un motivo per
perorare la causa della differenziazione […] A quando la prima
iniziativa per la marcia in avanti di un gruppo di Stati membri
sull’UEM, sul sociale, sull’energia? Per quanto mi riguarda, io rifiuto
un’Europa che avanzi esclusivamente al ritmo dei meno impegnati e degli
euroscettici”[lxxxvii].
Tecnicamente,
questa possibilità non ha niente di utopico. Già da tempo, del resto, i
paesi dell’Unione europea non avanzano più allo stesso passo.
L’Inghilterra e la Danimarca
si sono viste concedere il diritto di non applicare taluni aspetti dei
trattati conclusi dagli altri Stati membri. Lo “spazio Schengen” è più
piccolo di quello dell’Unione, giacché associa, dal maggio 2005, solo
alcuni Srati membri, e lo stesso accade con la zona euro, in cui
parecchi membri dell’Unione non sono ancora entrati. Viceversa, il
Consiglio d’Europa associa non meno di 46 paesi.
Non
si tratterebbe quindi di cercare di sostituire l’Unione europea, ma di
creare al suo interno, e tuttavia separatamente da essa, una struttura
di approfondimento destinata a chi vuole andare oltre, essendo inteso
che quella struttura, all’inizio incentrata attorno allo spazio renano,
potrebbe poi estendersi a tutti gli altri paesi che accettassero di
condividerne le regole. Una simile struttura non potrebbe però
ovviamente limitarsi a sfruttare le possibilità di “cooperazione
rafforzata” che già esistono all’interno dell’Unione, nella misura in
cui quest’ultima costituisce solamente una modalità intergovernativa di
intervento in ambiti molto limitati che non fanno parte delle competenze
esclusive dell’Unione[lxxxviii].
Il
problema è che la volontà politica continua a fare difetto, e che chi è
stato incapace di mettere in opera l’asse Parigi-Berlino-Mosca a quanto
pare non ha neanche l’intenzione di creare un altro “nocciolo duro”.
“La creazione di un’avanguardia per costituire una massa critica”,
scrive Hajnalka Vincze, “può apportare reali risposte solo se questo
gruppo “pioniere” è capace di fare pienamente proprie le priorità
politico-strategiche che gli toccano […] Gli Stati dell’avanguardia
devono immediatamente dar prova di una politica responsabile in termini
di sovranità, che non tollera né l’accecamento dell’ingenuità pacifista
né i riflessi condizionati di subordinazione atlantista”[lxxxix]. Bisogna ammettere che ne siamo ancora lontani. Ma perlomeno questa è una pista da seguire.
Già Nietzsche diceva: “L’Europa si farà solo al margine della tomba”.
di Alain de Benoist
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