Era una bellissimo pomeriggio di fine maggio del 1992, un jet atterrò a Punta Raisi, su quell'aereo c'era qualcuno d'importante. Scende insieme alla moglie e alla scorta per recarsi a Palermo, la sua amata e al tempo stesso odiata città. Era nato per quello che faceva, sognava un futuro e un presente migliore per la città di Palermo, voleva che la mafia scomparisse dalla faccia della terra, in poche parole era un pensatore che tramutava le sue idee in realtà.
All'inizio non si occupò di mafia, ma al tribunale di Palermo i casi trattati portano sempre alla stessa parola, mafia. Lavorò a giorno e notte a fianco del suo amico, anch'esso magistrato, Paolo Borsellino.
Ritornando a quel giorno, il sole splendeva nel cielo, la terra di Sicilia si mostrava agli occhi umani come un paradiso terrestre, ma qualcosa accadde. Presa l'autostrada diretta verso Palermo, otto chilometri più avanti si sentì uno scoppio tremendo che ruppe il solito silenzio di una giornata d'estate.
Era successo, si proprio lei, lei che dice di amare e proteggere la sua terra, la mafia aveva colpito ancora, cinque quintali di tritolo avevano compiuto il loro sporco lavoro.
Giovanni Falcone non c'era più spazzato via o ancora nell'abitacolo della sua auto, chi lo sà, ma i codardi avevano ucciso un dei fiori all'occhiello della magistratura italiana.
Nei giorni seguenti seguirono i funerali di stato ai quali parteciparono mafiosi e non, magistrati, uomini dell'arma, politici e gente comune per dare l'ultimo saluto ad un grande uomo.
Della cerimonia i filmati riportano i discorsi della vedova Schifani e di Paolo Borsellino, triste e rassegnato a quello fine che 56 giorni più tardi toccò anche a lui.
di Umberto Garbini
All'inizio non si occupò di mafia, ma al tribunale di Palermo i casi trattati portano sempre alla stessa parola, mafia. Lavorò a giorno e notte a fianco del suo amico, anch'esso magistrato, Paolo Borsellino.
Ritornando a quel giorno, il sole splendeva nel cielo, la terra di Sicilia si mostrava agli occhi umani come un paradiso terrestre, ma qualcosa accadde. Presa l'autostrada diretta verso Palermo, otto chilometri più avanti si sentì uno scoppio tremendo che ruppe il solito silenzio di una giornata d'estate.
Era successo, si proprio lei, lei che dice di amare e proteggere la sua terra, la mafia aveva colpito ancora, cinque quintali di tritolo avevano compiuto il loro sporco lavoro.
Giovanni Falcone non c'era più spazzato via o ancora nell'abitacolo della sua auto, chi lo sà, ma i codardi avevano ucciso un dei fiori all'occhiello della magistratura italiana.
Nei giorni seguenti seguirono i funerali di stato ai quali parteciparono mafiosi e non, magistrati, uomini dell'arma, politici e gente comune per dare l'ultimo saluto ad un grande uomo.
Della cerimonia i filmati riportano i discorsi della vedova Schifani e di Paolo Borsellino, triste e rassegnato a quello fine che 56 giorni più tardi toccò anche a lui.
di Umberto Garbini

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